(Notizie) Uganda, la strage di cui la stampa non vuole parlare


16 ottobre 2016 Facebook Twitter LinkedIn Google+ Di tutto un pò,Notizie da Internet



Chi non si informa, chi non sa, chi non condivide e chi non legge approfonditamente questo articolo ne sarà complice. No, non vi stiamo minacciando, ci mancherebbe, ma vi stiamo aiutando a riflettere su come essere uniti e combattere insieme possa aiutarci a superare i diversi livelli di oppressione che tutti noi subiamo da questa società retrograda.

Cerchiamo di fare qualcosa senza aspettare sempre che siano gli altri a fare per forza qualcosa per noi.

Rete Gay Italia da sempre si è impegnata socialmente e politicamente per la difesa dei diritti LGBT partendo da presupposto che non vuole che vengano riconosciuti pari diritti perchè diversi, ma pari diritti perchè uguali a tutti gli altri, senza se e senza ma. Noi siamo sicuri e convinti che se per primi ci lasciamo condizionare ed accettiamo concessioni in quanto diversi, dovremo col tempo accettare di essere trattati come tali.

Noi vogliamo che tutti siano uguali, sotto la stessa bandiera e che ci venga riconosciuto il diritto di amare nel nostro privato e di essere nel nostro pubblico, giudicati per quello che siamo come persone e non per le aspettative altrui.

In questo contesto spesso abbiamo aiutato eventi ed associazioni che si muovessero per la difesa dei diritti LGBT in tutto il mondo ed è bene che tutti voi sappiate cosa sta accadendo in questo momento in paesi come l’Uganda dove, senza voler troppo esagerare, un regime corrotto per distogliere l’attenzione dai propri malaffari, ha spinto un’intera popolazione, milioni di persone, a dare la caccia in totale impunita e per puro divertimento a qualsiasi persona sospettata di essere omosessuale (leggi qui il caso di una bambina di 8 anni arrestata perchè sospettata di essere lesbica).

Vi prego di leggere con attenzione quanto segue. Vi racconterà una storia che non è di fantasia, un’esagerazione cinematografica, un’analisi di parte finalizzata ad un obiettivo politico. Vi raccontiamo di persone come Tobias Pellicciari che da anni si impegnano a raccogliere fondi ed attuare politiche per la salvaguardia dei diritti, ed in particolare delle persone (si parla di vite, non di stili di vita) che vengono giustiziate in mezzo alle strade con sadismo perchè ritenute diverse. Se ne avete la possibilità vi prego di contribuire ad una causa che ha nel suo dna l’essenza di quello che noi tutti siamo e cioè “Persone a cui è stato tolto il diritto di essere”.

 

 

Da un articolo di Tobias Pellicciari (Link originale CLICCA QUI)

 

La situazione in Uganda negli ultimi anni per le persone LGBTI è stata abbastanza turbolenta , nel febbraio 2014 il Presidente Yoweri Museveni ha approvato l’Anti-Homosexuality Act, una legge che puniva le persone omosessuali con il carcere a vita per una serie di presunti reati legati all’omosessualità . Dopo questo episodio gli atti di brutalità nei confronti delle persone LGBTI sono aumentati e i rischi per l’incolumità delle persone gay continuavano a crescere. Anche se in agosto 2014 la legge è stata fatta cadere per alcuni problemi di legalità, le violenze sulla comunità non si sono placate e molti ugandesi LGBTI sono stati costretti a migrare in Kenya nella speranza di avere maggiori possibilità di una vita tranquilla. Tutt’oggi l’Uganda rimane un paese pericoloso per le persone omosessuali , ci sono ancora molte minacce negative da parte dei politici e leader religiosi, a dimostrarlo gli ultimi duri attacchi alla comunità gay durante il Gay Pride di quest’anno. Oltre questo il Paese ha mantenuto alcune vecchie leggi sulla Sodomia introdotte all’epoca coloniale dal governo britannico, queste leggi hanno causato molta sofferenza ed emarginazione sociale nei confronti delle persone LGBTI anche prima dell’approvazione Anti-Homosexuality Act.

Per questi motivi molte persone preferiscono intraprendere lunghi viaggi , spesso senza soldi e da clandestini per poter raggiungere il Kenya, molti di loro erano già stati vittime di violenze da parte dei vicini o rifiutati dalle proprie famiglie. Per cui, di seguito in questo testo ci accingeremo a cercare di fare chiarezza sulla situazione dei rifugiati che sono riusciti a trovare ricovero nei campi del Kenya. Per cominciare dobbiamo sottolineare che in Kenya ci sono due tipi di rifugiati LGBTI ; quelli che risiedono nel campo di Kakuma nella zona nord-ovest e quelli urbani che vivono a Nairobi e nelle città vicine.

Le condizioni di entrambi sono comunque terribili. Nel campo di Kakuma molte persone omosessuali ultimamente sono state prese di mira a causa del loro orientamento sessuale percepito dagli altri ospiti del campo per lo più sudanesi e somali. I Rifugiati hanno riferito che non vi è nessuna protezione da parte della Commissione dei Rifugiati delle Nazioni Unite (UHNCR) ,regolarmente molti di loro all’interno dei campi sono vittime di ripetute violenze anche gravi, la polizia è stata segnalata a seguito di minacce alle vittime, costrette a subire intimidazioni dalle forze dell’ordine dopo esser state messe in guardia del rischio che la legge vigente che vieta l’omosessualità in Kenya venisse applicata su di loro.
Durante uno di questi episodi di maltrattamento un rifugiato ugandese è stato lapidato da alcuni compagni sudanesi che sostenevano che gli omosessuali non meritavano di vivere a contatto con altri essere umani e dovevano andarsene da lì. Gli aggressori sono avanzati con prepotenza fino ad invadere la zona dove erano accampati i rifugiati LGBTI e li hanno aggrediti. Gli sforzi da parte degli ospiti per ottenere la protezione del’UNHCR sono stati vani. La polizia di Kakuma è stata in seguito richiamata per aver infierito ulteriormente sulle vittime. I profughi LGBTI per paura di essere uccisi dai loro assalitori hanno lasciato il campo ed hanno trascorso la notte presso gli uffici dell’UNHCR , ma la mattina seguente gli è stato ordinato di tornare alle proprie abitazioni senza alcun intervento e protezione. Questi attacchi si verificano spesso.

Qui, potete trovare il link per Donare ai Rifugiati LGBTI in Kenya e in Senegal

C’è anche da sottolineare che molti rifugiati LGBTI che avevano dedicato gran parte del loro tempo alle attività dei campi ,erano riusciti successivamente ad ottenere posti di lavoro come insegnanti nelle scuole. In seguito però, appreso della loro omosessualità venivano quasi subito licenziati e dismessi dalle loro cariche. Di conseguenza non potendo lavorare all’interno dell’accampamento non possono permettersi di soddisfare i loro bisogni . Per bisogni si intende quelli primari, spese per la salute e le medicine, cibo, indumenti , trasporti per poter accedere agli uffici dell’UHNCR e per poter elaborare i loro documenti e anche tutto ciò che serve all’igiene personale, ed altre piccole cose.

Per i rifugiati urbani di Nairobi, l’alloggio, il cibo e le medicine sono i principali problemi. Molti denunciano infatti la difficoltà ad avere i farmaci per le cure ed alcuni di loro hanno malattie come il diabete o l’HIV dovrebbero essere sottoposti a trattamenti giornalieri. Un sacco di gay per far fronte a queste difficoltà si sono buttati sulla prostituzione al fine di sopravvivere. In Kenya attualmente ci sono più di 150 invidi LGBTI e altre poche unità situate nei pressi del campo di Nairobi, altri sono riusciti ad essere reinsediati negli Stati Uniti, bisogna ricordare che non è facile ottenere il reinsediamento e molti di loro aspettano svariati anni. Altri vengono accolti in Europa (soprattutto Svezia , Norvegia, Finlandia , Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito , Scozia , Italia etc) ed un numero imprecisato in Ruanda.

Con la recente minaccia del Governo del Kenya della chiusura dei campi il rischio per queste persone di perdere anche le piccole speranze acquisite si fa sempre più imminente. Questa gente non può tornare al loro paese che è ostile e sarebbero condannati certamente a nuove violenze , purtroppo anche oggi dopo il duro lavoro degli attivisti per i diritti umani la situazione in Uganda non ha fatto incisivi cambiamenti nel modo di vivere omosessualità.
Un nuovo piano delle Nazioni Unite ha sottolineato che il reinsediamento dei rifugiati locali, tra cui la cittadinaza per più di 40.000 somali potrebbe aver fatto precipitare la situazione, inducendo la chiusura dei campi del Kenya . Ma le dinamiche sono ancora da accertare.

Ovviamente i problemi non sono solo dei rifugiati LGBTI, nell’agosto 2016 Human Rights Watch durante una visita a Dadaab ha riferito che il governo del Kenya aveva fatto delle intimidazioni ad alcuni rifugiati somali presentando loro due alternative per il loro rientro in Somalia, fra cui una sovvenzione di 400$ in denaro , donata dalle Nazioni Unite che gli avrebbero permesso di rientrare entro la fine dell’anno se non fossero già stati espulsi.
Il direttore dei diritti dei rifugiati di Human Rights Watch, Bill Frelick ha detto che i profughi somali sono fuggiti da realtà molto difficili ed il Governo del Kenya non ha presentato loro molte opzioni, se non quella di un loro rimpatrio e l’UNHCR avrebbe dato informazioni inesatte sulle condizioni della sicurezza in Somalia.
Vogliamo inoltre ricordare che la Convenzione sui Rifugiati del 1951 vieta il respingimento, ed il ritorno di un rifugiato “in qualsiasi modo” in un luogo dove si troverebbe ad affrontare dei rischi per la propria incolumità, di persecuzione o di minacce. L’espulsione di un rifugiato si può verificare solo se quest’ultimo viene direttamente allontanato dopo il diniego della richiesta di asilo e non dopo la pressione diretta da parte di altri individui.

Alcuni profughi inseguito a queste intimidazioni hanno accettato di tornare in Somalia, ma dopo aver trascorso anni nel loro paese sono tornati a fuggire in Kenya a causa delle violenze subite, Human Rights Watch ha anche scoperto che appena tornati ai rifugiati somali è stato negato l’accesso alle procedure di registrazione , questo fa si che i profughi restino irregolari.
Il Kenya sta anche conducendo delle verifiche per determinare se le persone alloggiate nei campi hanno il diritto di restare lì, per diminuire drasticamente il numero degli ospiti.

L’ONU ha pubblicato il 30 aprile 2016 il programma globale per i rifugiati in Kenya ed il governo ha ordinato la chiusura dei campi entro il 6 maggio. Per fortuna attualmente solo un campo è stato chiuso ma siamo molto preoccupati per la sorte di tutte le altre persone.
Mentre annunciava la chiusura dei campi di Dadaab e Kakuma il Segretario permanente del Kenya, Karania Kibichi ha accusato le Nazioni Unite di non prendersi abbastanza a cuore la sorte dei rifugiati e che non stavano facendo nulla per il loro rimpatrio.
Ma l’UNHCR ha risposto a queste parole dicendo che sarebbe improbabile poter rimpatriare circa 10.000 persone in quanto il denaro disponibile attualmente non è abbastanza per tutti e una quota va investita per pagare il lavoro dei volontari.
UNHCR sottolinea che un rimpatrio potrebbe non essere sufficiente se l’attuale tendenza alla migrazione continua , in quanto si riuscirebbe a coprire il viaggio solo per i 10.000 ospiti attuali, non quelli per i nuovi arrivati.

Il Kenya accusa anche la comunità internazionale di abbandonare i propri obblighi, che sono quelli di reinsediare alcuni dei rifugiati provenienti dal continente. Questo è un tasto dolente a cui da anni si sta cercando di trovare una soluzione, ma fra vari rimpalli tra le istituzioni e le negate responsabilità si continua a declinare . Nel frattempo le condizioni dei campi mal gestiti affrontano numerose difficoltà per poter continuare al meglio le loro attività e garantire a molte persone un alloggio.
L’UNHCR ha poi sottolineato che Paesi come il Regno Unito, i Paesi Bassi e la Svezia hanno accettato di prendere solo un misero numero di rifugiati , circa 6.000 che sarebbero stati reinsediati dal Kenya. Questi possono includere solo 500 gay e lesbiche, che affermano di essere sfuggiti alla persecuzione in Uganda. Il Kenya ha mostrato poca, o nessuna importanza anche per il nuovo piano presentato dalle Nazioni Unite. Anche il ministro degli Esteri britannico durante una sua intervista al quotidiano The Guardian aveva espresso il suo pensiero sull’inutilità dei campi e del bisogno impellente della loro chiusura.

Dietro a queste tragiche storie umane ci sono poi come sempre molte speculazioni , nel giugno del 2015 ,l’UNHCR ha affermato di aver ricevuto dalla contea di Turkana circa 1.500 ettari di terreno per un nuovo insediamento di rifugiati , vicina a Kalobeyei Township.
Pare che il governo fosse d’accordo con la proposta dell’UHNCR a creare un nuovo campo per ospitare nuovi profughi, ma a sentire il governo il terreno era stato usato dall’Occidente e bisognava ottenere una sospensione dei profitti sulle ricchezze di petrolio e gas previsti dalla contea.

Tutto questo per farvi capire quanto possa essere difficile il quadro generale della situazione dei profughi del Kenya, per questo la Nostra associazione International Support vorrebbe sviluppare dei piani di lavoro validi per sostenere la comunità LGBTI in Kenya per potergli garantire delle forme di auto-sostentamento. Non sappiamo cosa potrebbe accadere se il Kenya attuasse la decisione di chiudere i campi e bisogna lavorare in prospettiva di questa drammatica ipotesi.
Attualmente i funzionari dell’UNHCR hanno parlato con una leadership dei rifugiati del Kenya ma non hanno trovato un modo per procedere, tutto sembra essere improntato sui negoziati che sta attualmente conducendo il governo del Kenya , le persone in attesa di reinsediamento ed i nuovi arrivi sono quelli che corrono i rischi maggiori a causa proprio di questa incertezza. Gli ugandesi in cerca di protezione che sono ancora in Uganda ed in partenza verso il Kenya possono avere poche opzioni a cui ricorrere.

Nel frattempo le esigenze finanziarie dei rifugiati LGBTI sono sempre maggiori, mentre le certezze precipitano lentamente verso l’ignoto. Dall’HIAS l’organizzazione che fino ad oggi ha fornito i sussidi per i rifugiati LGBTI per permettergli di sopravvivere nelle aree urbane aveva annunciato che avrebbe smesso di versare i suoi finanziamenti a partire da giugno 2016, una decisione che era già stata presa molti mesi fa, ed erano stati reclutati piccoli gruppi di rifugiati LGBTI per cercare di lanciare piccole imprese nelle aree urbane, nella speranza di generare un reddito autonomo per la loro sopravvivenza.
Tuttavia nonostante questa notizia di chiusura è altamente improbabile che queste micro imprese possano sopravvivere alle pressioni attuate dal Governo del Kenya e a quelle delle forze dell’ordine nei confronti della comunità LGBTI, è chiaro che qui tutti i rifugiati non sono i benvenuti e la preoccupazione maggiore è quella che il governo non voglia più onorare la protezione delle Nazioni Unite , come già abbiamo sottolineato in precedenza la comunità omosessuale è stata vittima di attacchi ed intimidazioni da parte della polizia e anche delle loro brutalità, non si sà dove questo possa portare, l’attesa sta generando molta tensione. Nel frattempo molte persone hanno dovuto lasciare i loro alloggi per la mancanza dei sostegni economici.
C’è un lungo lavoro da attuare per cominciare a preparare la comunità LGBTI a questi cambiamenti e per farlo c’è bisogno di tutte le ONG e la comunità internazionale. Una valida raccolta fondi per essere in grado di prevenire l’emergenza.

Per questo International Support sta cercando dei Partner per rafforzare il proprio lavoro e divulgare una miglior informazione e prevenzione sui problemi che sono costrette ad affrontare le persone omosessuali in Kenya. Augurandoci di trovare insieme una soluzione adeguata per garantire a questa gente migliori condizioni di vita ed una nuova speranza per il loro futuro, molte di loro hanno perso tutto, sono stati costretti a lasciare il loro Paese abbandonati dalle loro famiglie. Il vero scopo del nostro lavoro è poter trovare per loro un equilibrio in modo che possano attendere il reinsediamento in qualche altro paese internazionale.
La proposta di International Support e del programma Support Uganda è quello di creare una serie di Workshop, dopo delle conferenze di rilievo in alcuni Paesi Europei , per toccare il tema e i problemi dei rifugiati LGBTI del Kenya, poterlo discutere insieme ad altri partner e trovare assieme delle soluzioni valide di supporto ad un’azione decisa e una energica pressione internazionale.

Se qualcuno fosse interessato alla nostra proposta può contattarci a isp.uganda@hotmail.com
Nuove idee per il progetto saranno le benvenute, anche materiale informativo e supporto di qualsiasi tipo per la raccolta fondi.

International LGBTI Support – Human Rights

Direttore del Progetto

Tobias Pellicciari

 

Qui, potete trovare il link per Donare ai Rifugiati LGBTI in Kenya e in Senegal

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Commenti
    1. image
      L'amministratore said on 16 ottobre 2016 16:08:

      Non si parla di una religione, tutte le religioni sono alla base di ogni forma di discriminazione sociale. Noi vediamo la chiesa Cattolica come maggiore indiziata perche ce l’abbiamo sotto casa, ma nessuna ne è esente.

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