Associazione Diversity “In TV sta scomparendo la ghettizzazione LGBT”

E la settimana del Pride ha avuto inizio: fino alla festosa parata che animerà il lungolago di Lugano sabato pomeriggio, avremo incontri, spettacoli, film, brunch e altro ancora. Perché la parola d’ordine della grande manifestazione per i diritti Lgbt – sigla che, meglio ricordarlo, sta per “Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender” –, più che l’orgoglio che dà il nome all’evento, è la reciproca comprensione: coinvolgere, includere tutti (o tutt*, come con sfregio grammaticale talvolta si dà giustamente conto della diversità che ci circonda).

Pubblicità e serie tv costruiscono il nostro immaginario collettivo, includendo sempre più omosessualità e transessualità, spiega Francesca Vecchioni fondatrice di Diversity

È una questione culturale, non unicamnte di diritti civili: l’inclusione passa non solo dalle leggi, ma anche dall’immaginario collettivo, da quel mondo fatto di libri, giornali, film, serie tv, trasmissioni radio, pubblicità. Il mondo della comunicazione di massa del quale – giovedì alle 20 nel patio di Palazzo civico a Lugano – parlerà Francesca Vecchioni, ospite di una speciale serata di Poestate (www.poestate.ch) dedicata al Pride. Autrice di ‘T’innamorerai senza pensare’ – libro il cui titolo che riprende una frase della canzone ‘Figlia’ del padre Roberto e nel quale racconta la propria esperienza di madre lesbica con tanto di conclusivo “manuale di sopravvivenza per eterosessuali” – Francesca Vecchioni ha fondato l’associazione Diversity nata nel 2013 «per creare una cultura dell’inclusione attraverso la comunicazione, attraverso quelle espressioni che incidono sull’immaginario collettivo»; un lavoro specifico che, ha aggiungo, «non veniva svolto da altre realtà attive sul fronte dei diritti».

Osservando, e premiando, i media

Che cosa fa in concreto Diversity? «Fa cultura, cerca di trasmettere, di diffondere in maniera pop determinati temi» ha spiegato Francesca Vecchioni subito citando quello che in un certo modo è l’apice dell’associazione, il Diversity Media Award «che si è appena tenuto e che non si limita a premiare alcuni personaggi e prodotti televisivi, cinematografici o radiofonici, ma racconta che si può usare un linguaggio positivo in grado di migliorare la nostra società, che si può evitare di usare parole d’odio, che si può e si deve essere responsabili di ciò che si mostra».

La cerimonia di premiazione si è da poco tenuta a Milano e ha visto tra i vincitori Roberto Saviano quale personaggio dell’anno e le serie tv ‘Tredici’, ‘Sense8’ e ‘Amore pensaci tu’ ma la parte più interessante è probabilmente quella “dietro le quinte”. Il progetto, ha infatti spiegato Francesca Vecchioni, coinvolge numerosi enti istituzionali, come la Commissione europea o il Comune di Milano, e accademici come università e il famoso Osservatorio di Pavia sui media. Dietro gli ‘Awards’ c’è il Diversity Media Watch che «raccoglie i dati e analizza, con un criterio di valutazione per l’intrattenimento e uno per l’informazione, tutti i prodotti realizzati nell’anno», dai principali telegiornali italiani a quasi ottocento tra pubblicità, film e serie tv.

Fuori dal ghetto

Per quanto riguarda il mondo dell’informazione, la presenza Lgbt è dominata dalla cronaca nera, ma con un importante distinguo: “I casi specifici di discriminazione omofobica o transfobica, anche di natura violenta, continuano a ricevere un’attenzione limitata” si legge nel rapporto dell’osservatorio, mentre grande attenzione viene riservata a crimini violenti in cui persone Lgbt sono incidentalmente coinvolte. Si registrano comunque notizie positive come quelle di politici europei dichiaratamente omosessuali come i premier di Irlanda e Lussemburgo.

Più interessante la questione intrattenimento, con i temi Lgbt presenti «non più solo in film e serie tv specificatamente dedicati al tema, ma anche in altre situazioni in cui non te l’aspetteresti, esattamente come avviene nella realtà». È una normalizzazione, una “sghettizzazione” dei temi che vengono sempre più affrontati – soprattutto, ma non solo, nelle serie tv straniere – evitando luoghi comuni e cliché.

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Per la valutazione Diversity utilizza il cosiddetto “test di Vito Russo”, ideato dalla Gay & Lesbian Alliance Against Defamation. Ispirato al Bechdel test sui ruoli femminili, per superare il test Vito Russo un film deve avere almeno un personaggio chiaramente omosessuale, bisessuale o transgender – e se pensiamo alle decine di personaggi che si avvicendano in una moderna serie tv, è statisticamente realistico che almeno uno sia Lgbt – ma non solo: non deve essere esclusivamente definito dal proprio orientamento sessuale o dalla propria identità di genere e deve svolgere un ruolo attivo nella storia. Insomma, niente macchiette messe così, giusto per fare qualche battuta sagace o, peggio ancora, per far ridere il pubblico solo con la loro presenza come accadeva fino a non molto tempo fa.

Un aspetto, questo, sul quale Francesca Vecchioni ha insistito: più che una rappresentazione decente, si tratta di avere una rappresentazione autentica della ricchezza delle persone: la diversità è una delle tante caratteristiche di un individuo, non il suo unico tratto distintivo.

La ricchezza dell’inclusione

Diversity non è unicamente attiva nell’analisi e nella valutazione di quello che esce. Capita anzi di venire interpellata prima della realizzazione di un prodotto: «Medusa e Colorado film ci hanno chiamato per sistemare tutto il copione di ‘Puoi baciare lo sposo’, film di Alessandro Genovesi uscito da poco nelle sale» ha spiegato Francesca Vecchioni.

Tutto questo senza dimenticare che «anche le aziende, i grandi marchi fanno cultura, creano il nostro immaginario collettivo», e non solo tramite la pubblicità. Per questo a fianco dei Diversity Media Awards troviamo i Diversity Brand Awards, per far capire «quanto è importante per chi investe essere realmente inclusivi, il che significa non solo non discriminare al momento dell’assunzione, ma anche comunicare l’inclusione, parlare alle persone senza escluderle e questo vale non solo per genere e orientamento sessuale, ma anche per l’età o le disabilità». La sfida, conclude Francesca Vecchioni, «è far capire la ricchezza, anche economica, che porta l’inclusione».

Fonte: QUI

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    5 thoughts on “Associazione Diversity “In TV sta scomparendo la ghettizzazione LGBT”

    1. PREMESSO CHE, OVVIAMENTE, SONO CONTRARIO AD ETICHETTATURE E GHETTIZZAZIONI DI SORTA…
      fuori dubbio che, pero, persone legate da elementi comuni in un ambito cosi profondo come la sessualita, hanno bisogno di luoghi e “luoghi” di confronto talvolta specifici…
      In italia il problema non e il fatto che si cominci a parlare quasi ovunque di omo~bisessualita, ma il motivo per cui questo avvenga…
      Certamente oggi la situazione appare molto agevole, ma se avessimo continuato ad avere GAY-TV, non ci sarebbe stata una diffusione dei “luoghi” di confronto, ma ci sarebbe stata una maggiore sensibilita per quanto riguarda il “nostro” senso di gruppo…
      Il rimedio non e stato peggiore del male, ma il male e rimasto male…
      Bacioni a tutti e rispondete, se vi va!

      1+
    2. Come al solito non sono d’accordo con te… 🙂 non devi valutare la cosa come “parte interessata”… immaginiamo un ragazzo di colore che si vede rappresentato come retrogrado ma che cerca di mettercela tutta per integrarsi e che il suo lavoro lo fa con impegno…. sarebbe denigrante, ma se fino a quel momento il massimo della rappresentazione televisa era del venditore abusivo è oggettivamente un passo avanti.. non è l’optimum… se pensiamo che cinematograficamente fino a qualche anno fa il massimo che si poteva fare parlando di omosessuali è “il vizietto”, puoi facilmente capire che in poco tempo abbiamo fatto immensi passi in avanti. Sia chiaro, siamo ben lontani da quello che vorremmo, ma io sono per il “meglio di niente” a patto che si prosegua a normalizzare la nostra figura.

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    3. Mi vai a prendere un esempio interessantissimo… dato che sto a palermo ti posso dire che non ci sta “ragazzo di colore” qui piu famoso, celebre, “integrato” di mario balotelli… questo non lo ha preservato dall’ essere un deviante, spesso in controcultura…
      Come vedi il problema sta su due livelli INCOMPATIBILI TRA LORO… se si accetta la logica di accettare la persona per quello che e, occorre riconoscerle le etichette sociali che vuole avere addosso, ma allora anche “luoghi” di aggregazione compatibili con quelle etichette… come per i gays puo essere importante avere luoghi di aggregazione gay per motivi culturali o di tipo sessuale, cosi ad un “ragazzo di colore” potrebbe essere utile avere luoghi di aggregazione specifici per motivi culturali, o di tutela legale per se in italia e per i parenti rimasti in patria… l’ idea che tutti si possano ovunque occupare di tutto e tutti, invece, riguarda la logica di una società che tuteli la persona per il fatto di essere persona… l’ approccio e piu filosofico e meno personalistico, e ci finisce anche un bel po’ di massificazione generalista e qualunquista… non dico che questo modo di affrontare i problemi sia sbagliato, ma finisce con il non essere aderente alle necessita specifiche delle persone… tanto per fare un esempio “caldo caldo”: di famiGLIA e famiGLIE si stanno occupando praticamente tutti i canali tv italiani, sin dal governo prodi-bindi… ma pensi che tv2000 se ne possa occupare allo stesso modo di rai3? Se vuoi essere chiacchierato, rivolgiti pure a chiunque, ma se vuoi essere tutelato, rivolgiti solo a te stesso o a chi e come te!

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    4. non sono d’accordo su questa tua affermazione

      “se si accetta la logica di accettare la persona per quello che e, occorre riconoscerle le etichette sociali che vuole avere addosso”

      dove c’è scritto che per forza di cose bisogna avere un’etichetta per far parte di una società?

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    5. Negli scritti di weber e di goffman… piu che altro perche a sua volta l’ uomo appartiene al proprio gruppo, ma anche il proprio gruppo appartiene all’ uomo che ne fa parte… il nominalismo esiste nella cultura mediterranea da quasi cinquantotto secoli… e le filosofie mediterranee degli ultimi ventinove secoli sono state solo delle codificazioni di una cultura atavica comune trasmessa nei primi ventotto secoli e passa sotto forma di inconscio collettivo, miti e tradizioni orali successivamente messe per iscritto!

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